APPROFONDIMENTI SU DENTRO E OLTRE LA RADIO – UMBERTO NOBILE E LA TENDA ROSSA

Mercoledì scorso, 23 febbraio, alle ore 21, nell’ambito della rubrica DENTRO E OLTRE LA RADIO, insieme a Giovanni Orso Giacone, si è parlato di UMBERTO NOBILE E LA TENDA ROSSA. La discussione è stata integrata da uno slide show. Il podcast potrà essere consultato al seguente PODCAST:

Di seguito, per complementare quanto riportato nel podcast, si propongono alcuni contributi elaborati dallo stesso Giovanni.

LA STORIA

La Tenda Rossa fu progettata dall’ingegnere Felice Trojani, tra le dotazioni di emergenza per i membri dell’equipaggio che si intendeva far scendere dall’aeronave sul Polo nord; della dotazione faceva parte anche la radio Ondina 33, attraverso la quale il marconista Giuseppe Biagi riuscì prima a lanciare l’SOS e poi a guidare i soccorsi verso i superstiti. Il progetto della tenda fu preceduto da un accurato studio di quelle usate nelle precedenti spedizioni polari, e venne realizzata dalla Ditta Moretti di Milano.

La Tenda Rossa era di tipo a bastone centrale, con una base parallelepipeda di 2,75 x 2,75 m per 1 m di altezza a cui si sovrapponeva una parte piramidale il cui vertice si trovava a due metri e mezzo dal suolo. L’accesso era assicurato attraverso un ingresso circolare di un metro di diametro e chiuso da una manica a vento. Le pareti esterne e il fondo erano in seta grezza, non colorata, mentre le pareti interne erano di seta azzurra; il colore venne scelto come palliativo contro l’oftalmia delle nevi .

La tenda, progettata per accogliere al massimo quattro persone, ne ospitò invece nove (di cui due ferite alle gambe, Umberto Nobile e Natale Cecioni), la mascotte Titina, una parte della radio e gli accumulatori che la alimentano. Una volta recuperata la tenda tra i materiali sparsi sul pack, venne drizzata da Trojani, mentre Mariano e Viglieri piantavano i picchetti nel ghiaccio e tendevano i venti, caricando i bordi con i viveri recuperati ed altri pesi. Sul fondo vennero disposti i cartoni che contenevano le carte di navigazione e l’unico sacco a pelo superstite che, tagliato ed aperto, avrebbe ospitato i due feriti Cecioni e Nobile, con accanto la stufetta catalitica accesa.

Per valutare correttamente l’altezza del dirigibile rispetto al suolo, non erano sufficientemente affidabili gli altimetri disponibili al tempo, e venne quindi utilizzato un sistema più efficiente: dalla cabina del dirigibile venivano lasciate cadere delle fiale di vetro, ripiene di fucsina, misurando il tempo di caduta con uno speciale cronometro, realizzato a Roma da Hausmann, a partire dal rilascio sino al momento in cui la fiala, rompendosi, colorava di rosso il pack.

Per rendere più visibile la tenda dall’alto, i superstiti decisero di utilizzare le fiale di fucsina sopravvissute alla caduta per disegnare un reticolo di linee rosse. Una volta stabilite le comunicazioni attraverso la radio, i soccorritori vennero a conoscenza della nuova colorazione, ed i giornalisti coniarono il nome – Tenda Rossa – con cui entrò nella storia. La luce continua ed aggressiva dell’estate nordica fece però svanire le delicate aniline in pochissimi giorni, riportando la tenda alla sua livrea originaria.

La Tenda Rossa, avvistata dal pilota italiano Umberto Maddalena, venne recuperata, insieme all’aeroplano di Einar Lundborg ed a tutti i materiali del campo, dall’equipaggio del Krasin. Al ritorno in Italia, Umberto Nobile donò la Tenda Rossa al Comune di Milano, finanziatore della spedizione polare, che la destinò al Museo del Castello Sforzesco, oggi Museo nazionale della scienza e della tecnologia Leonardo da Vinci, dove Felice Trojani la montò per l’ultima volta. La Tenda Rossa rimase esposta al pubblico sino alla metà degli anni novanta, ed ora è in attesa di un lungo e delicato restauro che ne consenta ancora una volta l’esposizione al pubblico.

UMBERTO NOBILE

Milano, 15 aprile1928. Inizia la spedizione di Umberto Nobile a bordo del dirigibile “Italia”. Destinazione, il Polo Nord. La missione ha scopi scientifici, e Nobile è Generale della Regia Aeronautica. L’“Italia” parte dall’aerodromo di Baggio. Percorre seimila chilometri prima di giungere alla Baia del Re, nelle Isole Svalbard, il 6 maggio. Situate a nord della Norvegia, queste isole e la stessa Baia del Re erano il punto di partenza di quasi tutte le missioni dirette all’Artide. Impresa analoga era stata compiuta due anni prima, nel 1926, quando un altro dirigibile, il “Norge”, “Norvegia”, aveva trasvolato il Polo Nord. A bordo vi erano lo stesso Nobile, Roald Amundsen, leggendario esploratore polare norvegese, e Lincoln Ellsworth, finanziatore dell’impresa. Ma Nobile non aveva potuto effettuare i necessari rilievi scientifici. Perciò vi ritorna col dirigibile “Italia”. Il 23 maggio l’aeronave lascia le Svalbard e si dirige verso il Polo. L’impresa riesce, ma nel viaggio di ritorno violentissime tempeste scuotono il dirigibile. Portato spesso fuori rotta e rallentato nella propria marcia dalle correnti aeree, esso cede definitivamente il mattino del 26 maggio, quando il capo-motorista Cecioni dà l’allarme: l’“Italia” sta perdendo quota. Il velivolo si schianta sul pack, a circa cento chilometri dalle Isole Svalbard. Si spacca in due. Alcuni uomini vengono sbalzati sul ghiaccio. Altri restano sul dirigibile dopo lo schianto. Verranno portati via dalla bufera, scomparendo per sempre nelle regioni artiche. L’impatto col pack rovescia a terra alcune attrezzature e materiali. Altri vengono gettati sul pack da uno degli uomini rimasti a bordo dell’aeronave: ultimo, eroico atto per regalare ai suoi compagni

qualche chance in più di sopravvivere.

Nobile e gli altri supersiti del disastro dell’“Italia” si aggrappano alla vita con le ultime risorse che hanno: un po’ di viveri, la radio di soccorso e la tenda preparata per la discesa sul Polo. Per 48 giorni sopravvivono sul pack all’interno di quella tenda, che Nobile colora di rosso con l’anilina, sostanza usata per le rilevazioni scientifiche, per renderla più visibile ai soccorritori. Da qui il nome di “Tenda Rossa”, con cui quell’episodio passerà alla storia. Nobile e i suoi uomini hanno la fortuna di uccidere un orso, altra preziosa risorsa per sopravvivere in un ambiente estremo. Intanto cercano disperatamente di lanciare messaggi di S.O.S. La notizia del disastro dell’“Italia” fa il giro del mondo.

Navi e aerei di molti paesi vanno alla ricerca dei dispersi. Poi, finalmente, un radioamatore russo intercetta i segnali di soccorso. Inizia così un’enorme operazione internazionale di salvataggio che coinvolge sei nazioni, ventidue aerei, diciotto

navi e circa millecinquecento persone. Anche Roald Amundsen, il primo esploratore ad aver raggiunto sia il Polo Nord che il Polo Sud, conduce un tentativo di soccorso, ma sparisce per sempre, insieme al suo velivolo, nel Mar Glaciale Artico. Infine, Nobile viene tratto in salvo da un piccolo aereo svedese. Pur non volendo essere salvato per primo ma al contrario favorire altri membri feriti del suo equipaggio superstite, il pilota dell’aeroplano è irremovibile sugli ordini ricevuti. Nobile viene trasportato alle Svalbard, alla Baia del Re, dove lo attende la nave appoggio “Città di Milano”. L’aereo di soccorso torna a prendere gli altri membri dell’equipaggio, ma precipita. Il pilota resta a sua volta prigioniero dei ghiacci. Il 12 luglio 1928 la nave rompighiaccio russa “Krassin” porta finalmente in salvo gli altri superstiti.

RICORDANDO ADMUNSEN

Nato nel 1872 e scomparso nel 1928, Roald Amundsen è considerato il più grande esploratore polare in assoluto. Imprese leggendarie collocano la sua figura al di là del suo tempo. Nel 1906 è il primo uomo al mondo a scoprire ed attraversare il mitico passaggio a Nord-Ovest che collega l’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico attraverso l’arcipelago artico del Canada, dopo che questo passaggio era stato cercato invano dagli

esploratori per circa quattro secoli. Nel 1911-12 Amundsen conduce una spedizione per arrivare al Polo Sud. Vi riesce,

diventando così anche il primo a raggiungerlo. Un altro uomo è in gara con lui per entrare nella storia delle esplorazioni: Robert Scott, ufficiale della Royal Navy britannica. Scott giungerà al Polo solo per secondo. Purtroppo, sulla via del ritorno lui e tutti i suoi uomini cadranno tragicamente dopo inenarrabili sofferenze. Amundsen sorvola in seguito il Polo Nord e nel 1928 tenta di salvare Nobile ed il suo equipaggio, intrappolati sul ghiaccio. A ricordarne per sempre la figura e le imprese, gli sono stati dedicati un mare (il tratto di Mare Antartico compreso tra l’Isola di Thurston e il Capo Dart, nella parte occidentale del continente antartico), un golfo situato nel Mar Glaciale Artico, nella parte più settentrionale d’America, e cointitolata ad Amundsen e Scott è una base permanente di ricerca scientifica al Polo Sud.

GIUSEPPE BIAGI

Il medicinese Giuseppe Biagi, radiotelegrafista della Marina Militare, divenne popolare nel 1928, quando con la sua capacità tecnica riuscì a dare un contributo fondamentale per la salvezza dei naufraghi polari della spedizione comandata da Umberto Nobile, col suo dirigibile “Italia”: oltre a stabilire il primato mondiale della trasmissione radiotelegrafica dal Polo Nord, dimostrò in maniera clamorosa (perché ne parlarono tutti i periodici, tutte le radio e tutti i cinegiornali del mondo) la grande utilità pratica dei radiotelegrafi ad onde corte (pur se di dimensioni molto ridotte). Lo scrivente l’ha ricordato con un breve articolo nel 1º centenario della nascita, e dell’invenzione della radio, ma a seguito di una ricerca e di una mostra fatta a Medicina nel 60º anniversario della tragica spedizione polare; e pertanto qui intende fare conoscere più diffusamente i dati bibliografici raccolti, e proprio in una pubblicazione medicinese.

Era nato il 2 Febbraio 1897 nella campagna adiacente a Medicina, ove il padre, Raffaele Biagi – fattore agricolo dei Garagnani –, e la madre – Virginia Natali – (oriundi di Casalecchio dei Conti, in comune di Castel S. Pietro), da tempo abitavano, per ragioni di lavoro, nel vecchio palazzo Albergati. Ma qui aveva appena finito le scuole elementari, che suo padre trasferì la famiglia a Bologna, dove anche i ragazzi, come allora usava, poterono trovare subito un lavoro proficuo, e meno duro di quello possibile nelle campagne medicinesi, dove la meccanizzazione, e pure il sindacalismo ed il cooperativismo dei lavoratori agricoli erano appena agli inizi. A Bologna il Biagi fece i primi tre corsi della scuola tecnica e l’apprendistato all’Istituto Aldini, ma lavorò pure, col fratello Alfredo, nella tabaccheria della Stazione ferroviaria, poi in un negozio del centro ed infine in officine meccaniche. Era comunque ancora un ragazzo quando diede prova di una vigoria ed un coraggio notevoli, salvando la sorella Cesira dalle fiamme, ed un cugino dall’annegamento nel fiume Reno. Intanto cominciavano ad affascinarlo i popolari romanzi d’avventure in terre e mari sconosciuti: e la suggestione del mare fu per lui così forte che, anche contro il parere paterno, andò a Rimini, per lavorare su una tartana da pesca, per un ben modesto salario; ma potè rimanervi pochi giorni perché, tradito dal timbro postale di una lettera scritta alla madre, lo rintracciò il fratello maggiore, che lo ricondusse a casa.

Aveva comunque solo sedici anni quando tanto insistette coi genitori che ebbe l’autorizzazione ad arruolarsi nella Marina Militare, e la ricambiò mandando loro tutto ciò che riusciva a risparmiare sul magro soldo di marinaio. Fu sul “Palinuro”, poi sulla “Liguria” e sul “Miseno” quando c’era ancora la guerra di Libia. Interessandosi di elettricità e di telecomunicazioni – che allora avevano ben scarse applicazioni –, fu inviato alla Scuola radiotelegrafisti che la Marina aveva a Varignano di La Spezia, e poi come operatore nelle corazzate “Giulio Cesare” e “Conte di Cavour”. Nella Grande Guerra (1915-18: l’ultima del Risorgimento) fu radiotelegrafista dello Stato Maggiore sulle navi in cui risiedeva il comandante Luigi di Savoia (Duca degli Abruzzi), su sommergibili e su idrovolanti, anche in varie azioni molto pericolose, come quella della squadriglia d’idrovolanti di Valona, comandata dal tenente Pellegrini, o come i bombardamenti aerei di Durazzo e di Cattaro. Una volta che con l’aereo precipitò in mare, presso la costa albanese, potè salvarsi perché, bravo nuotatore, riuscì a mantenersi a galla per ben 6 ore, e fu poi raccolto, ma tre giorni dopo, dal cacciatorpediniere “Airone”. Ottenne vari encomi per il buon servizio prestato, e nel 1918 fu assegnato al Centro Radio di S. Paolo a Roma, come tecnico dirigente.

Nel 1926 e nel 1927 vinse vari premi nelle manovre navali, e fu così assegnato istruttore nella Scuola di Varignano in cui era stato allievo. Ma il 12 Maggio del 1926 un radiotelegramma indirizzato al governo annunciava che la bandiera italiana era stata lasciata cadere sul Polo Nord dal dirigibile “Norge”, condotto dal generale Umberto Nobile e da equipaggio italiano, con gli esploratori Roald Amundsen e Lincoln Ellsworth, e tre giorni dopo un altro messaggio dall’Alaska annunziò che, nonostante che la radio non avesse funzionato per due giorni, era stato compiuto un percorso complessivo di 13.000 chilometri in 172 ore di volo; ma nel 1928 il Nobile ottenne di andare in dirigibile al Polo Nord ed all’Arcipelago detto dello Zar Nicola II, col comando della spedizione, che doveva comprendere anche scienziati, per nuove ricerche sul posto, quasi completamente inesplorato: anche perciò al dirigibile (identico al “Norge”) aveva dato il nome “Italia”.

Biagi allora aveva un’abitazione presso il Centro Radio di Roma, una moglie – Anita Buccilli –, un figlioletto di 3 anni – Giorgio – ed un altro figlio in arrivo; ma già da 3 anni erano morti i suoi genitori, ad appena 3 mesi l’uno dall’altro; Nobile era divenuto generale dell’Aeronautica e Professore di Costruzioni aeronautiche all’Università di Napoli. Fu il ministro Costanzo Ciano a segnalare a Nobile il radiotelegrafista Biagi, che fu assunto a bordo dell’“Italia” comunque solo dopo che ebbe superato le prove preliminari nell’occasione stabilita.
La partenza ed il viaggio del dirigibile furono salutati come qualcosa di eccezionale, ed i notiziari allora diffusi un po’ in tutto il mondo abbondarono nei particolari, oltre che della retorica in uso nel tempo (secondo la scuola dannunziana imperante). Dopo avere superato non poche difficoltà tecniche ed atmosferiche, e dopo che erano state esplorate varie regioni artiche sconosciute, il dirigibile “Italia” giunse sul Polo Nord il 24 Maggio 1928, mentre in Italia si celebrava il 13º anniversario dell’entrata in quella Guerra della quale si festeggiava il decennale della vittoria: poiché le bufere impedivano di scendervi, vi furono lanciate dall’alto le bandiere alla partenza ricevute da varie autorità e la croce avuta dal papa Pio XI, mentre Biagi provvedeva ad inviare a Roma i radiogrammi dettati da Nobile ed anche a fotografare l’avvenimento. Ma non fu possibile raggiungere l’Arcipelago dello Zar Nicola II, perché durante una nuova forte bufera di neve, a poca distanza dalla base artica, il dirigibile, specialmente a causa di un grave sovrappeso procurato dal ghiaccio e di varie rotture, precipitò, e strisciando sulla banchisa gettò sul ghiaccio 10 uomini (tra i quali Nobile e Biagi) – e la cagnetta Titina –, mentre altri 6 uomini scomparvero col dirigibile stesso, che riprese quota, trascinato dal molto vento, ma presto finì in un rogo fumoso.
Di questi ultimi aeronauti nessuno fu più ritrovato, nonostante lunghe e complesse ricerche; degli altri 10, uno morì nella caduta, un altro morirà in un vano tentativo di raggiungere a piedi la base, alcuni (fra cui Nobile) riportarono ferite gravi, ma i sopravvissuti poterono salvarsi, in quello sterminato deserto di ghiaccio e bufere nevose, perché dal dirigibile con loro caddero pure una tenda, alcuni viveri, e vari attrezzi fra cui la stazione radiotelegrafica campale di soccorso, ad onde corte, ed il tecnico Biagi. I problemi più gravi furono subito posti dal disgelo e dalla conseguente deriva dei ghiacci, oltre che dalla scarsità di viveri disponibili: questi furono razionati, ma il controllo della posizione geografica faceva constatare che la base diveniva sempre più lontana, e la conclusione era nelle previsioni molto brutta, perché se non fossero arrivati presto dei soccorsi e non si potesse raggiungere quanto prima una terra ferma, entro due mesi al massimo le gelide acque polari sarebbero divenute la tomba di tutti.

Fortunatamente Biagi era rimasto in buone condizioni fisiche, e fece presto a montare e far funzionare il radiotelegrafo, trasmettendo (ogni 2 ore) i testi degli S.O.S. stabiliti da Nobile e Mariano, e ricevendo anche le trasmissioni dell’Italia (e del suo Centro Radio di Roma), e della stessa nave “Città di Milano” che aveva seguito come appoggio il dirigibile fino presso la meta. Ma l’S.O.S. verrà sentito solo il 3 Giugno, da un radioamatore sovietico. E solamente il 20 Giugno la tenda dei naufraghi polari, ricoperta di carte rosse affinché potesse essere meglio individuata nel candore dei ghiacci (e divenuta quindi famosa col nome di “tenda rossa”), fu avvistata dall’aereo del soccorritore Giovanni Marsano, e furono così ottenuti i primi aiuti di medicinali, viveri ed attrezzi, ma con nuove vittime, perché un idrovolante italiano nel ritorno precipitò. Il 24 Giugno lo svedese Lundborg riuscì a raggiungere la tenda col suo aereo, ma potè caricarvi il solo Nobile, preferito perché il ferito più grave e perché capace di organizzare meglio i soccorsi; ma in un successivo viaggio l’aereo cappottò e lo stesso Lundborg finì fra i naufraghi della “tenda rossa”. Un altro aereo s’inabissò nel Mare del Nord, e fra i soccorritori aveva lo stesso Amundsen. Varie nazioni, specialmente del Nord, collaborarono in una gara di solidarietà con le autorità italiane che fu unanimemente ammirata, a riprova dell’importanza e sacralità della vita umana. Ma solamente il 12 Luglio giunse il rompighiaccio sovietico Krassin, il più potente dell’epoca, che dopo un’avanzata di migliaia di chilometri era arrivato alle massime latitudini artiche (nonostante avesse un’elica a pezzi ed il timone in avaria), incitato ed ammirato da tutto il mondo: erano le 5,20 quando i naufraghi, sfiniti dal gelo e dalla fame, poterono abbracciare i soccorritori. Per salvare 8 persone ne erano comunque morte altre 10, e nel commentare questi eccezionali avvenimenti i giornalisti furono veementemente polemici, ma fu trionfale il ritorno dei naufraghi e dei loro soccorritori.

Un film della L.U.C.E. (Lega Universitaria per la Cinematografia Educativa), che comprese le principali scene della partenza, del viaggio e dell’arrivo del dirigibile nell’Artico, e poi quelle dei soccorsi, delle ricerche e del ritorno dei naufraghi, ebbe ampia diffusione e notevole successo. Era stata ammirata l’audacia italiana nel collaudare, fino alle estreme possibilità e col rischio della vita, l’efficienza di uno degli strumenti più importanti della civiltà moderna per la conquista dell’aria; ma in fine questa sconfitta fragorosa del dirigibile rivelò in modo definitivo la sua inferiorità rispetto all’aeroplano. Da quella data i dirigibili furono accantonati (in attesa di tempi migliori), mentre le radio ad onde corte furono adottate da tutti gli apparecchi e bastimenti destinati ai viaggi lunghi. I superstiti furono in vari modi onorati, ed i loro memoriali – nonostante un esplicito divieto di Mussolini avente lo scopo di smorzare le polemiche – furono contesi dagli editori, così come quelli dei loro soccorritori. Nobile fra l’altro, oltre al volume miscellaneo sui risultati scientifici della spedizione, pubblicò un suo racconto de “L’‘Italia’ al Polo Nord” (Milano 1929) che fu subito tradotto in varie lingue e poi ristampato in nuove edizioni, con aggiunte e precisazioni e polemiche, ma sempre con molte, ripetute espressioni di ammirazione, gratitudine e simpatia per Biagi. E Biagi, oltre alle interviste giornalistiche, attese al volume “I miracoli della radio nella tragedia polare – Biagi racconta…” (Milano 1929), nel quale espose con semplicità quanto accadutogli; ma del suo comportamento eroico sulla banchisa polare a specialmente accanto alla cassetta del radiotelegrafo hanno dato notizie ampie, dettagliate e specifiche, oltre ai giornali del tempo, tre importanti testimoni che furono con lui sotto la “tenda rossa”: Alfredo Viglieri (“48 giorni sul pack”, Milano 1929), Francesco Behounek (“Il naufragio della spedizione Nobile”, Firenze 1930) e Felice Trojani (“La coda di Minosse”, 3ª ediz., Milano 1964); e l’hanno elogiato pure Cesco Tomaselli (“L’inferno bianco”, 4ª ediz., Milano 1929) ed A. Majorana, (“La spedizione polare artica”, Trapani 1962), che erano stati sulla nave-appoggio “Città di Milano”.

Era stato particolarmente toccante il fatto che sua moglie gli partorì una figlia nei giorni tremendi in cui era naufrago sul pack, ed egli ne apprese la notizia via radio, disponendo poi, con un radiogramma, che essa si chiamasse (come il dirigibile) “Italia”. Bologna e Medicina gli tributarono festeggiamenti entusiastici, ed a Medicina gli fu intitolato il nuovo campo sportivo. I rapporti fra i governi sovietico ad italiano ebbero un miglioramento (purtroppo provvisorio). Il principale storico della radio, Luigi Solari (che era un collaboratore del suo inventore, Guglielmo Marconi), pose ben in rilievo sia il suo primato polare che il nuovo miracoloso salvataggio di vite umane operato da un apparecchio di ben piccole dimensioni. Peraltro il governo italiano ritenne opportuno prendere provvedimenti riguardo il Nobile, e lo stesso Biagi, con una commissione d’inchiesta la cui relazione conclusiva fu ampiamente fatta conoscere tramite la stampa e le radio: al Biagi contestava la cessione (ai russi) dei filmini girati presso la “tenda rossa” con una cinepresa trovata fra gli attrezzi caduti sul pack, ma egli potè proseguire il suo servizio di radiotelegrafista della Marina Militare, e fu anche promosso di grado, mentre il Nobile, che si ritenne calunniato e si trovò anche ostacolato nel proseguimento del suo lavoro, preferì dimettersi, e solamente dopo la seconda Guerra mondiale ottenne giustizia e potè rientrare nell’Aeronautica coi gradi e con le promozioni spettatigli.

Era maresciallo, in Africa Orientale, a Mogadiscio, capo della stazione radio, Biagi, quando nel corso della seconda Guerra mondiale gl’inglesi conquistarono quella città, e, fattolo prigioniero lo inviarono (come innumerevoli altri) in campo di concentramento a Bopal, nell’India centrale: dove, con mezzi di fortuna, costruì una radio che, clandestinamente, potè essere fonte di notizie ad anche di sollievo per i commilitoni. Alla fine della guerra, nell’Aprile 1946 tornò in Italia, e preferì risistemarsi con la famiglia a Roma, ma si congedò dalla Marina, e per integrare una pensione troppo scarsa gestì in via Ostiense un distributore di benzina della Shell. Continuò ad essere ricordato in ogni narrazione che rievocava la vicenda della “tenda rossa”, anche poi alla televisione; nonostante che fosse estremamente riservato, accettò di essere ancora intervistato. Morì il 1º Novembre 1965, ed i giornali gli dedicarono svelti necrologi. Ma si tornò a parlare anche di lui in cronache televisive del 1967, quando in Baviera fu realizzato un telefilm sulla famosa vicenda polare, e di nuovo nel 1968, quando a Leningrado nelle carte di Samoilovich – uno dell’equipaggio del Krassin – fu trovato il suo brogliaccio di bordo nel dirigibile “Italia”. Comunque negli anni 1969-1970 fu il film italo-russo “La tenda rossa” (Krasnaja Palatka) a rievocare con molti particolari quella tragica vicenda, ed ebbe molto successo di pubblico e di critica in tutta l’Unione Sovietica, oltre che in Italia, dove lo ha riprogrammato la Televisione il 9 Settembre 1974 e di nuovo recentemente. Suo malgrado, Biagi ora fa parte della storia della radio e delle esplorazioni polari.

FELICE TROJANI

Felice Trojani nacque a Roma, il 18 Aprile 1897, da Pietro Trojani un Ufficiale dell’Esercito, ed impiegato statale, e da Maria Antonietta Terinelli di professione insegnante. Trojani trascorse tutta la sua giovinezza a Roma, e frequentò il Liceo ginnasio Torquato Tasso (Roma). Per meriti fu ammesso alla prestigiosa Regia Scuola di Applicazione degli Ingegneri di San Pietro in Vincoli, a Roma.

La chiamata alle armi per lo scoppio della Prima Guerra Mondiale lo vide giovane ufficiale con il grado di Aspirante nella Brigata Arno, assegnato al Battaglione Aviatori del Regio Esercito.  Durante la Battaglia di Caporetto, non si ritirò dalle linee con il suo reparto e fu fatto prigioniero sul Monte Cucco di Luico (Kuk).  Alla fine del Primo Conflitto Mondiale, tornato in patria dalla prigionia a Cellelager in Germania, quale ex-combattente fu decorato e promosso, e divenne Sottotenente del Genio Aeronautico, ed in seguito Ufficiale superiore con il grado di Maggiore.

Nel 1919, Trojani riprese gli studi accademici laureandosi in ingegneria nel 1922. Il suo primo impiego presso la CNA (Compagnia Nazionale Aeronautica) lo rese una figura interessante e poliedrica al punto che fu poi subito chiamato a lavorare quale ingegnere progettista presso lo Stabilimento di Costruzioni Aeronautiche (SCA)  di pertinenza militare e posto sotto il comando del Generale Umberto Nobile.

Tra il 1923 ed il 1924 l’Ingegner Trojani lavorò alacremente presso lo SCA per la progettazione e la costruzione del dirigibile N-1, denominato Norge, che vide il suo volo inaugurale il 29 Marzo 1926 nei cieli di Roma, e con il quale il Generale Umberto Nobile conquisterà il Polo Nord il 12 Maggio 1926 alle ore 1:30 (GMT)

Felice Trojani progetterà per quella missione l’originale hangar di Kingsbay alle Isole Svalbard, privo di tetto per prevenire il sovraccarico da neve ma capace di ridurre i carichi laterali dovuti ai forti venti della zona, e progetterà anche la torre d’attracco che ancora oggi è presente nella cittadina Norvegese di Ny-Ålesund.

A seguito dei successi derivanti dalla notorietà per la conquista del Polo Nord, fu inviato in Giappone nel 1926 per lavoro, e vi ritornò nel Gennaio 1927 insieme al Generale Umberto Nobile per il montaggio del dirigibile N-3, costruito sempre nelle officine di Roma per conto della Marina Imperiale Giapponese che lo aveva acquistato.

Il Generale Umberto Nobile, concluse le attività in Giappone, gli chiese in quell’occasione di collaborare attivamente al progetto, alla costruzione, all’allestimento e a partecipare alla spedizione del dirigibile N-4, già denominato orgogliosamente Italia per il ritorno al Polo Nord.

Dopo aver partecipato alla progettazione ed alla costruzione dell’Aeroporto del Littorio a Roma (oggi noto con il nome Aeroporto dell’Urbe), si dedicò completamente e con entusiasmo alla seconda missione artica del Generale Umberto Nobile.

Il dirigibile N-4 fu costruito a tempo di record e modificato rispetto alle versioni precedenti, per le necessità scientifiche dell’ardita missione esplorativa artica. Durante l’attenta progettazione dell’N-4, criticò alcune modifiche volte all’alleggerimento della struttura dell’aeronave, poiché le riteneva pericolose per un possibile cedimento strutturale che tuttavia non si verificò

Per la sua perfetta conoscenza tecnica dell’aeronave, Trojani fu membro dell’equipaggio con il ruolo di Ufficiale Timoniere di quota, nonché sovrintendente tecnico, e conquisterà insieme a tutto l’equipaggio il Polo Nord il 24 Maggio 1928 alle ore 00:24 GMT.

Felice Trojani è il progettista della celebre Tenda di soccorso appositamente concepita con tecnologie avanzate , e che in seguito allo schianto sul pack artico verrà denominata la Tenda Rossa  nella quale i sopravvissuti alla caduta del dirigibile troveranno rifugio per tutta la loro permanenza sui ghiacci artici.

Nel 1932, a seguito delle asperrime polemiche seguite alla tragedia per la perdita di uomini e dell’aeronave, decise di seguire ancora una volta il Generale Umberto Nobile in Unione Sovietica, alla Dirižablestroj (Дирижаблестрой) di Dolgoprudnyj.

Nel 1934 l’ingegner Felice Trojani, decise di sviluppare un progetto personale per un caccia biposto innovativo interamente metallico, con carrello d’atterraggio retrattile ed armamento offensivo integrato nelle ali che fece il suo primo volo nella primavera del 1939. Il caccia denominato AUSA AUT 18  fu sviluppato dall’Aeronautica Umbra S.A. (AUSA) di Foligno, ove Trojani era divenuto Direttore tecnico.  Nel 1939 sviluppò anche l’aereo bimotore AUSA AUT 45   rimasto allo stadio dei modelli per il tunnel aerodinamico e della cella di carico.

Durante la seconda guerra mondiale, lavorò a Roma, anche come ingegnere civile per conto dell’Impresa Castelli accreditata presso la Città del Vaticano,

Al termine della seconda guerra mondiale, alla ricerca di occasioni di lavoro migliori di quelle scarse disponibili in Italia nell’immediato dopoguerra, emigrò in Brasile, a San Paolo, ove aprì un’industria di meccanica di precisione.

Unico dei superstiti della spedizione del dirigibile Italia a non aver mai raccontato pubblicamente la propria versione, anche per il divieto (disatteso da tutti gli altri) posto ai partecipanti dalla Società geografica italiana, finanziatrice della spedizione, venne contattato nel 1960 dallo psichiatra statunitense George Simmons, all’epoca alla ricerca di informazioni per il suo volume Target: Arctic , in cui analizzò la psicologia dei partecipanti alla corsa al Polo Nord. Simmons convinse l’ingegner Felice Trojani a raccontare la sua verità, ed anche tutti i prodromi e le conseguenze sulla propria vita della partecipazione alla spedizione. La coda di Minosse divenne così il racconto di mezzo secolo di aeronautica in Italia, dai suoi albori sino alla seconda guerra mondiale.

La coda di Minosse meritò alla sua uscita le positive recensioni di Dino Buzzati sul Corriere della Sera e di Carlo Casalegno  su La Stampa, e guadagnò nel 1966 il Premio Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Nel 1967 verrà pubblicato il suo libro L’Ultimo Volo – chiamato il Minossino in ambito editoriale – in cui raccontò una versione per ragazzi (ma che negli anni verrà riedito, sino ad oggi, nelle collane per grandi) dell’avventura del Dirigibile Italia e degli uomini che sopravvissero all’impatto con il pack artico nella Tenda Rossa,  in cui scriverà, non senza rammarico:

«Progettai e costruii case e macchine, progettai e costruii dirigibili e aeroplani. Ma il mio bel dirigibile V7, nel quale avevo messo quanto avevo appreso in anni di studio e di pratica, che consideravo superiore ai suoi predecessori, fu incendiato da un fulmine alla vigilia del volo di collaudo; e il mio bel monoplano AUT 18, nel quale avevo messo tutta la mia capacità e tutto il mio amore, nacque, per la troppa cura che gli dedicai, tardi, e la costruzione si esaurì nel primo esemplare.»

(Felice Trojani, L’ultimo Volo – L’avventura degli uomini della Tenda Rossa; Mursia, Milano 1967; – Epilogo, pp.235)

Dal 1964 si stabilirà definitivamente in Italia, a Milano, per seguire l’edizione dei suoi libri e continuando a lavorare in ambito ingegneristico, collaborando anche con il Politecnico di Milano presso il quale tenne anche alcune lectio magistralis.

L’Ingegner Felice Trojani si spegnerà presso l’ospedale di Rho (Milano) il 3 Novembre 1971 (a Rho perché a Milano non c’erano posti disponibili, a trovare il posto in ospedale fu il titolare della ditta Moretti, che aveva costruito la Tenda Rossa ) lasciando tra i suoi svariati e numerosi scritti, alcune considerazioni personali che descrivono l’uomo: «Volai ancora, volai in dirigibile, volai in aeroplano, volai in aliante. Non persi la passione del volo, continuai a sentirne tutta la poesia, ma il mio cuore è rimasto lassù, e ogni altro volo mi è sembrato che fosse la continuazione di quell’ultimo volo.»

Giovanni ha reso disponibili ad AMERIARADIO una serie di video particolarmente preziosi:

1 – 2014 LUGLIO INAUGURAZIONE COLONNA COMMEMORATIVA AD UMBERTO MADDALENA

2 – FESTEGGIAMENTI A BOTTRIGHE DEL COMANDANTE MADDALENA

3 – ARRIVO DEL S 55 DEL COMANDANTE MADDALENA A SESTO CALENDE

4 – ARRIVO DELLA CITTA’ DI MILANO A LA SPEZIA

5 – UMBERTO MADDALEN IDROVOLANTE SM55 NOBILE E LA TENDA ROSSA

6 – SPEDIZIONE MOBILE 1928 RIPRESE EFFETTUATE CON PATHE’

7 – UMBERTO NOBILE IN PARTENZA DA MILANO PER IL POLO NORD

Considerata la loro valenza AMERIARADIO si rende disponibile a condividerli con chi ne farà richiesta. Si ringrazia ancora Giovanni per la sua grande disponibilità.